Per i brand è arrivata il tempo di prendere posizione sui grandi temi politici e socio-culturali. E sbagliare può servire

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Dal CMO Marketing Summit organizzato a New York dal Wall Street Journal alcune indicazioni su come si stanno muovendo grandi brand come Unilever e Citigroup quando si parla di trasparenza e social statement che si rivelano invece autogol. Con un insegnamento: rischiare paga e se si sbaglia è sempre possibile rimediare.

I brand non possono più rimanere passivi o inerti di fronte alle grandi questioni politiche e culturali dei nostri tempi, perché anche un silenzio di troppo può essere interpretato come una presa di posizione o ancora peggio come una rinuncia. Ciò non significa che occorra intervenire su qualsiasi argomento, in quanto il rischio sarebbe chiaramente l’opposto. È quanto emerso nel corso del CMO Marketing Summit, organizzato dal Wall Street Journal a New York, che ha raccolto la testimonianza dei più grandi comunicatori e professionisti del marketing d’oltreoceano.

Il tema è stato alimentato negli ultimi mesi, tra pandemia, lockdown e movimenti di massa come quelli ambientalisti o il Black Lives Matter. Questioni che hanno scardinato le nostre certezze socio-culturali e per cui la politica non basta più: oggi è necessario che le imprese intervengano nel dibattito pubblico, almeno per le cause più importanti. Insomma, le regole sono cambiate e i marchi devono prenderne atto, muovendosi ancora una volta proattivamente.

Secondo Richard Edelman, global CEO dell’agenzia di pr Edelman, i top manager devono entrare nel dibattito non guardando solo al ritorno d’immagine del brand, ma per mantenere e attrarre nuovi talenti. A preoccupare le aziende, sempre stando a quanto dichiarato da Edelman, dovrebbe essere invece la scelta della tematica: se l’impegno contro il razzismo e per la sostenibilità ambientale è facilmente riscontrabile e tangibile, negli USA il tema più pericoloso è rappresentato dalla vendita delle armi, che come sappiamo spacca in due l’intera popolazione del Paese.

Cosa fare quando il proprio social statement si trasforma un autogol: l’importanza di essere trasparenti

Chi fa sbaglia! E non sempre dire la propria su determinati argomenti si rivela la mossa vincente. Eppure, chi commette un errore ha più possibilità di rimediare rispetto a chi si fa trascinare dall’inerzia rimanendo silente. Ne è convinta Aline Santos, Chief Brand Officer e Chief Inclusion &

Diversity Officer di Unilever. “L’importante è essere trasparenti”, ha dichiarato durante i lavori, evidenziando quanto sia cruciale ammettere lo sbaglio e andare avanti.

Un caso di grande interesse riguarda il golfista Justin Thomas, finito al centro delle cronache per aver utilizzato sottovoce un termine offensivo verso gli omosessuali. Non era bastate le scuse nell’intervista post-gara: i suoi sponsor come Citigroup e Ralph Lauren hanno dovuto decidere se continuare a collaborare o interrompere immediatamente i rapporti a causa della vicenda. Il brand di moda ha chiuso la sponsorship del giocatore, mentre Citigroup ha azzardato: nonostante l’atleta fosse stato criticato dall’opinione pubblica, l’azienda ha deciso di sfruttare l’immagine del giocatore per costruire una piattaforma contro la discriminazione di genere. “In qualche modo, cancellare qualcuno o qualcosa potrebbe essere un modo per terminare una conversazione che francamente ha bisogno continuare in modo più produttivo”, ha detto Carla Hassan, CMO di Citigroup.

Rischiare paga e se si sbaglia è sempre possibile rimediare: come direbbe De Andrè “Dal letame nascono i fior”.

Credits Image Unsplash by Clay Banks

Fonti per approfondire l’articolo:

1) CMO TODAY

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