La comunicazione in un’epoca (post)pandemia – pt2

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La scorsa settimana abbiamo pubblicato un blogpost con la prima parte del nostro approfondimento sulla comunicazione in un’epoca (post)pandemia, dove nuove abitudini stanno ridefinendo le modalità attraverso cui le aziende interagiscono, sia al loro interno, sia verso l’esterno. E, infatti, dopo aver discusso a proposito di comunicazione interna, social e dati, oggi poniamo l’attenzione su diversity & inclusion, voce e sostenibilità

Comunicazione: Inclusion & Diversity

In Italia tematiche come diversity & inclusion hanno storicamente stimolato una sensibilità diversa e senza dubbio inferiore rispetto ad altri Paesi, come quelli anglosassoni. Fino agli ultimi anni quando, complici il progressivo superamento di diversi retaggi culturali e una maggiore contaminazione internazionale sul tema, qualcosa è cominciato a cambiare anche nel nostro Paese. Oggi l’inclusione e la diversità sono un argomento che riguarda diverse tipologie di organizzazioni e rappresenta non solo un obbligo morale, ma è in grado di generare risultati tangibili sul business influendo sulla brand equity, in particolare sulla fiducia e la reputazione di marca. In questo senso la comunicazione gioca un ruolo chiave sulla felicità degli impiegati, andando ben al di là del solo management aziendale. È quindi una questione che pervade tutte le anime del business.

I dati però indicano che c’è ancora molto strada da percorrere: “secondo McKinsey il 40% delle donne non ritiene che la propria azienda ne valorizzi a sufficienza le competenze. Sempre le donne (28%), assieme al personale appartenente a minoranze etniche (18%) e alla comunità LGBTQ (38%), affermano di sentirsi a disagio varie volte a settimana nel parlare di argomenti relativi alla propria identità sul luogo di lavoro”, spiega un articolo sul sito Hr-Link dello scorso ottobre.

Ancora secondo Refinitiv il nostro Paese ha compiuto un bel salto in avanti nel 2020 con ben sei italiane tra le venticinque aziende giudicate più inclusive e con i maggiori tassi di diversità: Telecom Italia, Hera, Enel, Inwit e Ferragamo. A livello globale i settori che guidano la classifica sono banking, servizi d’investimento e assicurativi. Dati che non hanno un riflesso diretto sulla comunicazione, ma sono utili a inquadrare l’impegno delle società in questo contesto sempre più diffuso.

La D&I è dunque un tema delicato e spesso emergono reticenze nel comunicarlo, eppure come confermato in passato da altri studi di McKinsey è un valore che impatta anche su profittabilità, capacità d’innovazione, decision-making, problem-solving, coinvolgimento della forza-lavoro e benessere sociale. Per questo risulta necessario mantenere un processo di comunicazione costante e trasparente che contempli flussi interni ed esterni semplificando un argomento che ha diverse facce: dal sesso all’etnia, dall’età fino alla religione, orientamento sessuale, linguaggio, educazione e competenze.

Il mondo è cambiato e chi fa comunicazione deve tenerne conto: fenomeni come il Black Lives Matter, la persistente sotto-rappresentazione femminile nelle aree manageriali apicali o nei CdA, i movimenti anti-razzismo che hanno contagiato lo sport e i brand sono la testimonianza di una trasformazione repentina nel percepito di marchi e consumatori. Perché comunicare la diversità e l’inclusione ha effetti sensibili sulle emozioni, come la storica campagna di Tommy Hilfiger del 2006, che al tempo ebbe un effetto dirompente sulla percezione della tematica aprendo la strada a diverse operazioni del genere. O quella più recente di Gucci che ha scelto come modella Ellie Goldstein, la prima testimonial del brand affetta dalla sindrome di down (già apparsa in altri spot di Nike e Vodafone).

Comunicazione: la riscoperta della voce

Il fenomeno audio è sotto gli occhi di tutti: difficile dire se Clubhouse durerà o meno (intanto ha attirato l’attenzione di Zuckerberg e tutta Facebook), se i podcast diventeranno un media di massa o se il futuro delle grandi piattaforme social sia legato alla voce. Ciò che è sicuro è che ancora oggi la voce rappresenta il mezzo più diretto per comunicare, corollario indispensabile per la stragrande maggioranza dei medium (un esempio interessante sono le piattaforme di messaggistica, che partite da una dimensione testuale hanno presto inserito funzioni vocali per venire incontro alle esigenze di pletore di centinaia di milioni, se non miliardi di utenti). In particolare, la comunicazione vocale è una valida alternativa alla sovra-esposizione da schermi che alla lunga risulta nociva sotto diversi aspetti. Noi siamo convinti che i podcast possano rappresentare un mezzo importante e proprio al tema abbiamo dedicato recentemente un approfondimento che vi invitiamo a leggere per comprendere il valore e la forza del fenomeno.

Comunicazione: la sostenibilità non è più un optional

Da un lato la sostenibilità non è più un’optional e insieme al digitale può sostenere l’uscita delle imprese dalla crisi, accelerandone la ripresa. Dall’altro i consumatori sono sempre più attenti al tema, privilegiandolo sempre più spesso in fase di decisione d’acquisto rispetto al rapporto qualità-prezzo. Di sostenibilità e aziende se n’è parlato circa un mese fa al World Economic Forum e anche in questo caso abbiamo scritto un post, dedicando un focus alle implicazioni della sostenibilità sulla comunicazione.

 

Credits Unsplash by Aaron Blanco Tejedor

 

Fonti dall’articolo per approfondire

  1. https://www.interact-intranet.com/blog/diversity-inclusion-communications-strategy/
  2. https://www.confapimilano.it/news-eventi/1286-comunicare-la-diversit%C3%A0-in-azienda.html
  3. https://www.sdabocconi.it/it/sda-bocconi-insight/brand-per-diversity-e-inclusion
  4. https://www.hr-link.it/top-100-diversity-and-inclusion-companies-2020-ecco-le-italiane-in-classifica/
  5. https://www.refinitiv.com/en/media-center/press-releases/2020/september/refinitiv-announces-the-2020-d-and-i-index-top-100-most-diverse-and-inclusive-organizations-globally

 

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